Blogger, oligarchia digitale e mani in pasta, un post confuso

L’e-democracy, la democrazia digitale di cui tanto si è sentito (e si sente) parlare, su cui sono stati gettati fiumi di inchiostro e per cui fior fior di opinionisti hanno consumato i polpastrelli, non esiste..

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[dropcaps]L[/dropcaps]’e-democracy, la democrazia digitale di cui tanto si è sentito (e si sente) parlare, su cui sono stati gettati fiumi di inchiostro e per cui fior fior di opinionisti hanno consumato i polpastrelli a forza di batterli sopra le tastiere per scrivere cartelle in word e popolare pagine web, non esiste.

O almeno, non nella forma in cui la intendo io. Ed è giusto così.

Sparate subito alcune sentenze che potrebbero essere mal interpretate, mi accingo a spiegare il senso di queste affermazioni tanto scellerate.

Democrazia digitale

Democrazia, etimologicamente parlando, significa governo del popolo (popolo della rete, in questo caso). Beh, lasciatemi dire che, tralasciando il fatto che meno della metà degli italiani si connettono a internet (alla faccia del concetto di digital divide), il popolo della rete non governa proprio un bel niente. Semmai si può parlare di accesso democratico (e anche qui si potrebbe discutere) alla rete e alle nuove tecnologie, ma se ci spostiamo sulla concezione aristotelica di politica (intesa come l’arte di governare una città) beh, a governare la rete ci sono pochi eletti (i nostri amici influencer, i vecchi opinion leader).

Oligarchia digitale

Sarebbe allora più opportuno parlare, semmai, di oligarchia (e-oligarchy nello specifico), ovvero governo di pochi.
E dirò di più: la rete non è più una polis, ma un insieme di tanti “quartieri” che di fatto hanno dichiarato la loro indipendenza ormai da tempo. Questi quartieri, per chiarezza, li chiamerò temi federatori.
Così c’è il “quartiere” marketing, per partire da quello a me più caro, ma c’è anche il “quartiere” chiamato travel, quello chiamato food, quello chiamato fashion… e così via. Veri e propri micro-mondi, ai quali tutti hanno accesso dal basso in modalità ospiti, ma che solo in pochi governano: i bloggers.

Blogger oligarca moderno

Bloggers che non sono persone appartenenti ad una casta o ad un ceto, ma semplicemente gente con le mani in pasta, che investe tempo e (spesso) risorse con costanza, che vive di passione e di interesse per il proprio “quartiere”, che si è conquistata passo dopo passo, seguace dopo seguace, follower dopo follower, like dopo like, visita dopo visita, credibilità e considerazione ed è riuscita ad inserirsi nei circuiti che contano, guadagnandosi la possibilità di avere voce in capitolo. E così ecco che il blogger diventa l’oligarca moderno, entrando nei circuiti importanti, partecipando ad una rete di contatti, incontri, opportunità, eventi che non fanno altro che rafforzare questa oligarchia e consolidare i rapporti personali tra oligarchi stessi.

E poi ci sono le aziende, i brand. Brand che li temono, li adulano, li seducono. Brand che conoscono il “quartiere” di riferimento e gli oligarchi che lo governano meglio di chiunque altro. E ancora, c’è il popolo della rete. Popolo che non ha accesso al governo del “quartiere”, ma che lo controlla e dà o toglie credito al governo, in quanto è alle persone che spetta l’ultimo giudizio insindacabile.

Aspettate un attimo: ora che ci penso bene, questa è democrazia.
Sono in confusione…

E allora chiudo qua questo post, in attesa di far chiarezza sulla forma di governo che ci controlla e sperando che contribuiate a far luce su questi temi; e lo chiudo come l’ho iniziato, ovvero dicendo che trovo tutto questo estremamente giusto, poiché rende merito a persone che non mollano mai, che sono sempre sul pezzo, che sono riusciti a fare della propria passione un lavoro. Lunga vita ai blogger, lunga vita all’oligarchia – democrazia della rete!

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